29 Nov

Recensione del libro “L’Italia s’è desta” di Mario Bertolissi

Copertina libro L'Italia s'è desta di Mario BertolissiIl libro “L’Italia s’è desta” di Mario Bertolissi ci è piaciuto per una ragione in particolare: perché dopo l’euforia referendaria per la consultazione del 22 ottobre riporta l’Italia – intesa come sistema Paese e come comunità complessa – al centro del dibattito sulle riforme.

E il fatto che tale operazione sia svolta da chi, come Mario Bertolissi, si è speso a dismisura per i referendum autonomistici, la rende ancor più interessante e denota una volta di più la bontà e la genuinità (categoria estranea al dibattito pubblico di oggi) dell’impegno referendario del professore.

Non si parla, stavolta, di ambiziose riforme costituzionali, ma di riforme ben più concrete e realistiche, che potrebbero trovare spazio anche in leggi ordinarie.

Ma prima ancora della legge, nel pensiero del professore vengono gli uomini.

Perché “oggi in Italia la carenza più grave riguarda la classe dirigente, rispetto alla quale tutto il resto è ben poca cosa”.

Le premesse della riflessione del professore sono chiare. La democrazia rappresentativa è in crisi perché è stato reciso il nesso di collegamento tra governanti e governati. La politica presume di sé e dialoga con se stessa. Evidente il cortocircuito. Inseguiamo la governabilità come un mito, ma ci scordiamo di chiederci: governare cosa e per cosa?

Sta scricchiolando l’edificio istituzionale italiano, la disaffezione verso le istituzioni aumenta. L’astensione è il sintomo evidente di una malattia della nostra democrazia.

In questo quadro, come afferma il professore, “destra e sinistra, con le loro tradizionali culture, stentano a dare risposte adeguate alle domande del tempo in cui viviamo”.

E “non funzionano più tanti luoghi comuni. Ad esempio, l’idea che tutto in politica si risolva in comunicazione. Perché sono indispensabili i contenuti, i quali, prima o poi, attendono al varco chi li ha o non li ha proposti”.

Come uscire da questa impasse?

Per il professore “servono scelte – dichiaratamente strategiche – che convincano gli italiani dell’utilità di essere Popolo e comunità”.

Perché “vivere insieme non è una facoltà. È una necessità. Occuparsi della cosa pubblica non è un’eventualità, è un dovere. La democrazia è stata da altri conquistata per noi. Ci è stata regalata. Per questo va custodita e consegnata alle nuove generazioni”.

Le sette ricette del professore ruotano attorno ad una rinnovata concezione dei rapporti fra Stato e contribuente, mettono al centro le nuove generazioni e trovano il loro motore nelle autonomie locali. Del resto,“le società civili si sono storicamente sviluppate avendo ben presente la relazione tra dare e avere. E siccome avere e dare costa, la fiscalità deve stare al centro della vita di una comunità”.

Al centro in particolare va rimessa quella che il professor Bertolissi chiama la “politicità del tributo”, che altro non è che la maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte che riguardano il loro portafogli.

L’ottica di fondo – consentiteci l’espressione – rimane unionista, perché il progetto del professor Bertolissi rimane l’Italia, della quale va ripensata l’unità in una forma di Stato differente, quale è lo Stato federale.

Una minore evasione fiscale, una spesa pubblica meno inefficiente, una solidarietà fiscale tra territori non squilibrata, un’IRPEF regionalizzata, un’applicazione rigorosa dello Statuto del contribuente, una maggiore attenzione per le nuove generazioni, un rinnovamento della scuola. Sono queste le sette aree di intervento che Bertolissi mette al centro della sua azione programmatica, facendone palese offerta alle forze politiche che vorranno coltivarla (così il professore, in conclusione a pag. 107 del libro).

L’operazione transita per l’individuazione di un luogo ideale da cui ripartire, che deve rappresentare un compendio articolato, ma non frantumato e diviso.

E come fare dell’Italia un compendio articolato, ma non frantumato? Se tutte le idee muoiono a Roma, come ha detto Raffale La Capria citato dal professor Bertolissi, si tratta di dare impulso alle istanze periferiche a valenza diffusa, che sono quelle su scala regionale (dimensione non troppo grande, ma nemmeno troppo piccola), per rinsaldare le comunità attorno ad un idem sentire.

E una volta rinsaldate le comunità al loro interno, sarà più facile rinsaldare le comunità fra loro.

Per il professore il cambiamento vero, quello che ricompone i costumi, è una prerogativa particolare delle periferie. Le comunità locali rimangono per il professore, come notava Toqueville nel suo famoso viaggio in America, sede naturale della democrazia.
Oggi per il professore l’obiettivo è a portata di mano: perché siamo prossimi al fallimento, perché in gioco ci sono il presente e il futuro di chi è in età matura, perché va data speranza ai giovani, ai quali va dimostrato in concreto che la Costituzione non è un pezzo di carta, ma un patto reciprocamente obbligante.

Le regioni possono darsi l’iniziativa politica e legislativa di questo cambiamento. Senza concessioni alla demagogia, a logiche sfascia-conti e all’evasione fiscale, che mina alla radice il patto sociale poiché vi sono categorie che non si possono permettere di stare alla concorrenza con chi evade.

Il professor Bertolissi appartiene ad una categoria ormai in estinzione. Quella della società civile, il cui impegno per la cosa pubblica si è dissolto dopo la brutta fine dell’avventura guidata da Mario Monti alle elezioni del 2013. Leggere il suo libro fa parte di quelle azioni che aiutano a preservare dall’estinzione anche un altro bene che diamo sempre troppo per scontato: la democrazia.